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Dopo lo stop al tetto dei 240 mila euro scatta l’assalto agli stipendi d’oro nella PA

Dopo lo stop al tetto dei 240 mila euro scatta l’assalto agli stipendi d’oro nella PA

Dopo lo stop al tetto dei 240 mila euro per i dirigenti della PA, scatta la corsa agli aumenti: enti pubblici pronti a ritoccare gli stipendi dei vertici, anche se il ministro Zangrillo avrebbe già annunciato che porrà un freno ad aumenti scriteriati. Ma quale sarà il futuro in tal senso?


A sei mesi dalla decisione della Corte costituzionale che ha cancellato il limite fisso di 240 mila euro per le retribuzioni pubbliche, nel cuore delle amministrazioni italiane si muove qualcosa. Tra interpretazioni estensive, adeguamenti “tecnici” e tentativi di ripristinare compensi precedenti ai tagli, diversi enti hanno provato a sfruttare la nuova cornice normativa per rivedere verso l’alto gli emolumenti dei propri dirigenti apicali.

La sentenza n. 135 del 2025, pubblicata il 28 luglio scorso, ha infatti dichiarato illegittimo il tetto annuo rigido introdotto nel 2014 come misura straordinaria di contenimento della spesa. Una pronuncia che ha riaperto il dibattito sul delicato equilibrio tra sostenibilità dei conti pubblici e adeguatezza delle retribuzioni nella Pubblica amministrazione.

Dalla stretta del 2014 alla pronuncia della Consulta

Per comprendere la portata dell’attuale scenario occorre tornare indietro di oltre un decennio. Con l’articolo 13 del decreto-legge n. 66/2014, che modificava gli articoli 23-bis e 23-ter del D.L. n. 201/2011, il legislatore aveva fissato un limite massimo di 240.000 euro lordi annui per tutti i dipendenti pubblici, comprensivi di contributi previdenziali, assistenziali e oneri fiscali a carico del lavoratore.

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Il provvedimento, in vigore dal 1° maggio 2014, non solo introduceva un nuovo massimale, ma ampliava anche la platea dei soggetti interessati. Nel computo rientravano tutte le somme percepite da uno o più organismi della pubblica amministrazione, incluse quelle erogate da società partecipate, direttamente o indirettamente. Venivano inoltre ricompresi i compensi per incarichi occasionali, eliminando precedenti esclusioni.

Un sistema rigido, dunque, pensato per impedire aggiramenti e garantire uniformità.

Con la sentenza n. 135/2025, la Corte costituzionale ha però ritenuto che un limite identico per tutte le cariche pubbliche, indipendentemente da funzioni e responsabilità, violasse i principi di uguaglianza e proporzionalità sanciti dagli articoli 3 e 36 della Costituzione. Secondo la Consulta, la retribuzione deve essere commisurata alla qualità e quantità del lavoro svolto, non compressa indistintamente da un tetto fisso.

La dichiarazione di illegittimità non ha effetti retroattivi, ma ha determinato il ritorno al precedente sistema del 2011: un tetto “mobile”, parametrato allo stipendio del Primo presidente della Corte di Cassazione, pari a 311.658,53 euro. Con gli adeguamenti legati all’inflazione, la soglia potrebbe avvicinarsi ai 360 mila euro.

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Il governo frena: “Nessun automatismo

A mettere un argine alle interpretazioni più espansive è intervenuto il ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo. In un’intervista a Radio 24 ha precisato che la sentenza produce effetti immediati, fissando il nuovo limite intorno ai 311 mila euro, ma ha escluso aumenti generalizzati.

«Non ci saranno incrementi per tutti i dirigenti pubblici – ha spiegato – ma soltanto per coloro che, prima dell’introduzione del tetto, percepivano una retribuzione superiore e che erano stati penalizzati dal limite successivo. Parliamo di una decina di figure, non di numeri elevati».

Il ministro ha inoltre chiarito che eventuali ulteriori interventi dovranno essere disciplinati con un apposito strumento normativo, probabilmente nella prossima legge di bilancio, attraverso un Dpcm o una direttiva. In altre parole: nessuna corsa libera agli aumenti.

Secondo ricostruzioni de Il Corriere della Sera, tra i potenziali interessati figurerebbero i capi di Stato maggiore di Esercito, Marina e Aeronautica, i vertici delle forze di polizia, della Guardia di finanza e dei Vigili del fuoco, oltre ai presidenti di organi di rilievo costituzionale come Consiglio di Stato, Corte dei conti, Cassazione, Csm e giustizia tributaria, nonché il Ragioniere generale dello Stato.

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Il caso Brunetta e il dietrofront

Eppure, nonostante l’invito alla prudenza, alcuni segnali di attivismo non sono mancati. Il caso più eclatante ha riguardato Renato Brunetta, presidente del CNEL.

In seguito alla pronuncia della Corte, il compenso del vertice dell’ente era stato portato da circa 250 mila a 310 mila euro annui, sfruttando un aggiornamento normativo inserito a marzo 2024 in un decreto collegato al Piano nazionale di ripresa e resilienza. La disposizione consentiva di adeguare le indennità del presidente e dei consiglieri del CNEL.

La decisione, pur formalmente legittima, ha suscitato forti polemiche, anche per la possibilità di cumulare il nuovo stipendio con la pensione percepita dal 2022. Una legge del 2012 vieta infatti incarichi retribuiti nella Pa a soggetti già pensionati, salvo specifiche eccezioni.

Di fronte alle critiche e alle reazioni politiche – con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha definito la scelta “non condivisibile” – è arrivato il passo indietro. Brunetta ha annunciato la revoca immediata dell’aumento, motivando la decisione con l’esigenza di evitare strumentalizzazioni e tutelare la credibilità dell’istituzione.

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INPS e ARERA: tentativi e marce indietro

Non solo CNEL. Secondo quanto riportato dal quotidiano Domani, all’INPS 43 dirigenti di prima fascia – quasi tutti coloro che nel 2024 avevano percepito circa 255 mila euro grazie alle indennità – avrebbero visto ripristinato il livello retributivo precedente al tetto, in alcuni casi vicino ai 300 mila euro annui.

L’Istituto ha precisato che l’operazione non avrebbe comportato maggiori oneri grazie ad accantonamenti già effettuati. Anche in questo caso, tuttavia, le polemiche hanno portato a un ripensamento.

Analoga vicenda per l’ARERA, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente. Come segnalato da Il Messaggero, una variazione di bilancio prevedeva un incremento di 70 mila euro complessivi per coprire i maggiori oneri relativi alle indennità del presidente e dei componenti del Collegio. L’aumento, calcolato per gli ultimi cinque mesi del 2025, avrebbe comportato circa 2.800 euro in più al mese per ciascun commissario.

Anche in questo caso, dopo l’emersione pubblica della notizia, l’Autorità ha fatto marcia indietro.

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Tra legittimità formale e opportunità politica

Il quadro che emerge è quello di una fase di transizione normativa in cui alcune amministrazioni hanno tentato di interpretare in senso favorevole la nuova situazione, salvo poi scontrarsi con l’impatto mediatico e politico delle scelte adottate.

Sul piano giuridico, la sentenza della Corte costituzionale impone al legislatore di individuare un sistema più articolato, capace di coniugare interesse pubblico e dignità retributiva. Tuttavia, sul piano sociale, il tema resta esplosivo. In un Paese segnato da salari stagnanti, precarietà diffusa e potere d’acquisto eroso dall’inflazione, la prospettiva di aumenti per i vertici della macchina statale rischia di alimentare un senso di distanza tra istituzioni e cittadini.

La questione non riguarda soltanto la cifra in sé, ma il messaggio che trasmette. Se da un lato è legittimo riconoscere compensi adeguati a ruoli di altissima responsabilità, dall’altro occorre evitare che la fine del tetto fisso si trasformi in un’occasione per riallineamenti opachi o accelerazioni poco trasparenti.

Il decreto annunciato dal governo sarà chiamato a fissare criteri chiari e uniformi, prevenendo disparità e fughe in avanti. La speranza è che la nuova disciplina sappia contemperare rigore e equità, evitando che una pronuncia nata per tutelare principi costituzionali venga percepita come un via libera a incrementi in contrasto con il sentimento diffuso del Paese.

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In gioco non c’è soltanto l’ammontare di alcune buste paga, ma la credibilità complessiva delle istituzioni in una fase storica in cui la fiducia dei cittadini rappresenta un bene sempre più fragile.

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