Dopo mesi di tensioni commerciali e accuse di dumping, Washington rivede al ribasso le tariffe sull’import di pasta italiana: durante il 2026, pertanto, i dazi degli USA sulla pasta italiana risulteranno meno pesanti del previsto.
La vicenda dei dazi statunitensi sulla pasta italiana nasce da un’indagine avviata dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti nel corso del 2025. Al centro dell’inchiesta, l’ipotesi che alcune aziende del nostro Paese esportassero pasta negli USA a prezzi inferiori a quelli di mercato, configurando così presunte pratiche di dumping.
Il 4 settembre 2025, l’amministrazione americana aveva reso noti i risultati preliminari dell’indagine, annunciando misure particolarmente severe: un’aliquota antidumping pari al 91,74% su 13 marchi di pasta italiani. Una percentuale che, di fatto, avrebbe reso quasi impossibile la presenza di questi prodotti sugli scaffali statunitensi.
Secondo le autorità USA, due aziende – La Molisana e Garofalo – indicate come mandatory respondents, non avrebbero collaborato in modo adeguato all’indagine. Proprio questa presunta carenza avrebbe portato all’applicazione della tariffa massima, estesa anche agli altri produttori coinvolti, tra cui nomi di primo piano del settore.
La reazione delle imprese e il sostegno delle istituzioni
Le aziende chiamate in causa hanno però respinto con decisione le accuse, sostenendo di aver fornito tutta la documentazione richiesta e di aver partecipato all’istruttoria in modo trasparente e completo. A queste posizioni si è affiancato l’intervento del Governo italiano, che ha deciso di sostenere formalmente le ragioni delle imprese.
Attraverso l’Ambasciata d’Italia a Washington, la Farnesina ha presentato una memoria difensiva a supporto delle aziende coinvolte, sottolineando la correttezza delle pratiche commerciali adottate. Un’iniziativa rafforzata anche da una nota analoga depositata dalla Commissione Europea, a testimonianza di un fronte comune a tutela di un comparto strategico per l’intera Unione.
Nel frattempo, i produttori hanno integrato il dossier con ulteriore documentazione, consentendo alle autorità statunitensi di rivedere in modo più approfondito le valutazioni iniziali. A complicare il calendario dell’indagine è intervenuta anche la sospensione temporanea dell’amministrazione federale americana, il cosiddetto shutdown, che ha fatto slittare i tempi di chiusura del procedimento.
La svolta: drastica riduzione dei dazi provvisori
Alla luce delle nuove verifiche, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha comunicato, con anticipo rispetto alla decisione finale prevista per l’11 marzo, una significativa revisione delle tariffe antidumping.
Il dato più rilevante è il crollo delle aliquote:
- 2,26% per La Molisana,
- 13,98% per Garofalo,
- 9,09% per gli altri 11 produttori non campionati.
Queste percentuali si aggiungono al dazio “orizzontale” del 15% concordato nell’estate 2025 tra USA e Unione Europea per la generalità dei prodotti europei, ma rappresentano comunque un ridimensionamento drastico rispetto all’ipotesi iniziale.
È importante ricordare che tali misure restano provvisorie: la loro efficacia è sospesa fino alla conclusione formale dell’indagine. Le aziende, inoltre, hanno ancora la possibilità di presentare ulteriori osservazioni prima della decisione definitiva.
Il ruolo della diplomazia italiana e delle organizzazioni di filiera
La revisione delle tariffe è stata accolta con favore da Coldiretti e Filiera Italia, che hanno parlato di un primo risultato concreto a difesa di uno dei simboli più riconoscibili dell’agroalimentare nazionale. Le due organizzazioni, che con il progetto Filiera Pasta rappresentano le realtà premium del settore, hanno sottolineato l’efficacia dell’azione coordinata tra imprese, istituzioni e diplomazia.
Un lavoro che ha visto in prima linea il Governo italiano, in particolare i ministri Antonio Tajani e Francesco Lollobrigida, insieme alla rete diplomatica all’estero. Un impegno che ha evitato un impatto potenzialmente devastante non solo per le aziende, ma anche per l’immagine della pasta italiana nel mondo.
Perché questi dazi contano: effetti su consumatori e mercato
Secondo le stime di Coldiretti e Filiera Italia, l’applicazione del dazio inizialmente ipotizzato avrebbe avuto conseguenze pesanti anche per i consumatori americani. Il prezzo finale di un piatto di pasta sarebbe potuto raddoppiare, rendendo il prodotto italiano meno accessibile e favorendo la diffusione di alternative di qualità inferiore.
Uno scenario che avrebbe alimentato il fenomeno dell’Italian sounding, con un aumento di prodotti che richiamano nomi, colori e immagini dell’Italia senza garantire gli stessi standard qualitativi. Un danno doppio: per i produttori italiani, penalizzati sul piano commerciale, e per i consumatori, privati dell’autenticità del vero Made in Italy.
Un mercato chiave da difendere
I numeri spiegano bene perché la partita sui dazi sia così rilevante. Nel 2024, le esportazioni di pasta italiana verso gli USA hanno raggiunto 671 milioni di euro, confermando il mercato americano come uno dei principali sbocchi per il settore.
Difendere questo spazio significa tutelare migliaia di posti di lavoro, investimenti industriali e una filiera agricola che parte dal grano duro e arriva alle tavole di milioni di famiglie nel mondo.