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Dal “docente di sostegno” al “docente per l’inclusione”: un semplice cambio di nome?

Dal “docente di sostegno” al “docente per l’inclusione”: un semplice cambio di nome?

La Camera approva la nuova denominazione proposta dalla Lega e si accinge a sostituire la dicitura “docente di sostegno” con quella di “docente per l’inclusione”:. Ma tra precarietà strutturale, carenze di organico e critiche sindacali, la domanda resta aperta: cosa cambia davvero nella scuola italiana? Si tratta di una mera etichetta?


La Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera ha dato il via libera a una proposta di legge presentata dalla Lega l’11 marzo 2025 che introduce ufficialmente, nel sistema nazionale di istruzione, la qualifica di “docente per l’inclusione”. Un passaggio atteso da mesi, che arriva però in un contesto scolastico attraversato da criticità ben più profonde rispetto alla terminologia utilizzata nei testi normativi.

L’obiettivo dichiarato del provvedimento è quello di ridefinire e valorizzare il ruolo degli insegnanti oggi conosciuti come docenti di sostegno, superando un’espressione ritenuta riduttiva e potenzialmente fuorviante. Secondo i promotori, il termine “sostegno” rischierebbe infatti di confinare questi professionisti a una funzione limitata, quasi accessoria, mentre il loro lavoro avrebbe una portata molto più ampia e trasversale.

Inclusione a 360 gradi: principi e intenzioni

Nel testo approvato si sottolinea come la nuova denominazione voglia riflettere una visione più coerente con i principi sanciti dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009, e con le linee guida nazionali sull’inclusione scolastica. Il “docente per l’inclusione” viene descritto come una figura che opera in sinergia con i docenti curricolari, contribuendo alla progettazione didattica dell’intera classe e non esclusivamente al supporto individuale degli alunni con disabilità o bisogni educativi speciali.

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Da questo punto di vista, il cambio di qualifica viene presentato come un atto simbolicamente rilevante, capace di promuovere una cultura dell’inclusione più condivisa, fondata su equità e pari opportunità. L’articolo 1 della legge stabilisce che, una volta entrata in vigore, la nuova espressione sostituirà ovunque quella precedente, demandando a un decreto ministeriale l’adeguamento dei documenti ufficiali. L’articolo 2, invece, chiarisce che non sono previsti nuovi oneri finanziari.

Ed è proprio qui che iniziano le prime perplessità.

Il nodo irrisolto delle risorse

Se sul piano lessicale il cambiamento appare lineare, sul piano concreto restano immutati i problemi strutturali che da anni affliggono il settore del sostegno e dell’inclusione. A evidenziarlo sono soprattutto le organizzazioni sindacali, tra cui la FLC CGIL, che già nei mesi scorsi aveva espresso forti riserve su quella che viene definita una narrazione ministeriale eccessivamente rassicurante.

Secondo i dati ufficiali forniti dal Ministero dell’Istruzione e del Merito lo scorso 7 ottobre, già a fine settembre risultavano attivati oltre 121 mila contratti a tempo determinato nel solo ambito del sostegno, con scadenza al 30 giugno o al 31 agosto. Numeri che raccontano una scuola inclusiva sorretta, in larga parte, da personale precario.

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Nonostante le ripetute richieste di stabilizzazione avanzate dai sindacati e dai lavoratori – culminate anche in iniziative di protesta – nessun intervento strutturale sugli organici è stato previsto. Nella Legge di Bilancio 2026, denunciano le sigle sindacali, non compare alcuna misura per trasformare in posti stabili quelli oggi attivati “in deroga”.

Continuità didattica: promessa o illusione?

Uno dei temi più delicati riguarda la continuità didattica, spesso evocata come priorità assoluta quando si parla di inclusione. Eppure, secondo i critici, le scelte adottate finora avrebbero prodotto l’effetto opposto. Il meccanismo delle conferme dei supplenti “a gradimento delle famiglie”, introdotto come soluzione emergenziale, viene letto come un arretramento del sistema di reclutamento, che finisce per istituzionalizzare la precarietà e aumentare la ricattabilità del personale.

Non solo: l’abuso dei contratti a termine è diventato una prassi talmente diffusa da aver attirato l’attenzione della Commissione Europea, che ha già avviato una procedura di messa in mora nei confronti dell’Italia. Un aspetto che rende ancora più fragile la narrazione di un sistema in via di miglioramento.

Formazione e titoli: un quadro disomogeneo

A complicare ulteriormente il quadro c’è la questione della formazione degli insegnanti specializzati. La mancanza di una programmazione basata sul reale fabbisogno delle scuole ha prodotto una forte disomogeneità territoriale e tra i diversi ordini di istruzione. In questo contesto si inserisce anche la controversa sanatoria dei titoli di sostegno conseguiti all’estero e non riconosciuti in Italia, bocciata dal Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione ma difesa dal Ministero.

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Una domanda che resta aperta

Alla luce di tutto questo, il cambio di denominazione solleva una questione inevitabile: a cosa serve davvero questa nuova qualifica se non è accompagnata da investimenti, stabilizzazioni e riforme strutturali? Il rischio, denunciato da più parti, è che si tratti di un’operazione prevalentemente simbolica, utile a rinfrescare il linguaggio ma incapace di incidere sulla realtà quotidiana di scuole, insegnanti e famiglie.

La FLC CGIL chiede un cambio di passo netto: meno slogan, più risorse; meno interventi cosmetici, più formazione di qualità, organici stabili e contratti dignitosi. Perché l’inclusione, al di là delle etichette, si costruisce nelle aule ogni giorno. E senza basi solide, anche il nome più ambizioso rischia di restare solo una parola.

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